Il paradosso degli artigiani “scomparsi” per via di una legge quadro concepita quarant’anni fa, che sta frenando lo sviluppo e la competitività delle imprese artigiane venete e italiane. È quanto ha denunciato ieri CNA nel corso della trasmissione “Prima serata” di TVA Vicenza, presentando i risultati di un’indagine condotta dallo studio LAN di Padova, che smentisce per la provincia di Vicenza – con riscontri analoghi su tutto il territorio nazionale – la narrativa di un comparto dipinto spesso come in via di estinzione a causa del calo numerico assoluto registrato ininterrottamente dall’albo artigiani negli ultimi 15 anni (-6,5% nel rapporto tra fuoriuscite e nuove iscrizioni, circa 1500 imprese in meno dal 2008 rispetto alle attuali 22.500).
Al confronto, oltre al presidente di CNA Veneto Ovest Diego Stimoli e a Luca Romano (direttore scientifico del Centro Studi LAN) hanno preso parte anche Massimo Bitonci (assessore regionale alle imprese, ex sottosegretario del Mimit) e Marco Capozi (responsabile affari istituzionali CNA Veneto Ovest).
Secondo le statistiche raccolte nell’indagine, il calo della componente artigiana si colloca in controtendenza rispetto alla crescita complessiva di tutte le imprese (+5,9% dal 2008 in provincia di Vicenza, +3% a livello nazionale). E infatti a incidere negativamente sul peso dell’albo non sono tanto le cessazioni per chiusura dell’attività, quanto piuttosto quelle dovute alla perdita del requisito artigiano. Negli ultimi cinque anni questo fenomeno ha coinvolto 890 (ex) artigiani vicentini ancora operativi, che, grazie a intraprendenza e visione prospettica, hanno sviluppato le proprie imprese fino a superare i confini imposti dalla normativa del 1985. Una normativa ormai datata, che per il mantenimento dello status artigiano prevede vincoli stringenti sul numero di dipendenti e sulla forma giuridica, limitando l’ingresso di soci di capitale.
E qui sta tutta la visione anacronistica della norma. Negli ultimi vent’anni i nostri artigiani hanno affrontato almeno quattro grandi crisi, dimostrando una flessibilità e uno spirito di adattamento unici. Ma questa resilienza non basta. L’artigianato si è evoluto, ma le regole non lo hanno seguito. Le imprese che hanno perso il requisito di artigiane hanno perso anche l’accesso a tutte le agevolazioni materiali e immateriali connesse, strumenti fondamentali per garantire quella flessibilità operativa necessaria ad affrontare picchi di lavoro sempre più instabili e contesti imprevedibili: un danno gravissimo per il loro futuro e per il territorio.
La proposta di riforma, già inserita come delega al Governo nella legge annuale sulle PMI, si fonda su tre pilastri sostenuti da CNA: l’innalzamento della soglia dimensionale degli addetti, la possibilità di commercializzare direttamente i propri prodotti e, soprattutto, l’apertura ai soci di solo capitale. Una novità decisiva per consentire anche alle piccole imprese di evolvere verso assetti più strutturati senza perdere lo status artigiano. Non a caso, tra le 890 imprese attive fuoriuscite dall’albo vicentino, il 76% conta meno di 10 dipendenti: un dato che conferma come il nodo principale non sia la dimensione o la natura, ma la forma societaria.
Dai dati emerge in maniera estremamente evidente che c’è un’evoluzione e che, come tutte le evoluzioni, va seguita. Il mondo artigiano sta cambiando, sia per quanto riguarda le forme giuridiche sia per il modo di fare impresa. C’è una chiara migrazione verso le società di capitali, legata a esigenze concrete come la responsabilità, l’accesso al credito e la possibilità di crescere.
La delega per la riforma è stata inserita e ora abbiamo nove mesi per trasformarla in decreti legislativi operativi. Oggi l’artigianato ha di fatto una carta d’identità scaduta: siamo fiduciosi che, forti di questi dati, le nostre buone ragioni prevarranno. È un’opportunità che il Paese non può permettersi di perdere per liberare il potenziale di crescita del nostro artigianato e dell’intero sistema economico.
Tra i nodi ancora da sciogliere c’è anche quello del rapporto tra artigianato e industria: l’aggiornamento della normativa, ampliando limiti dimensionali e forme societarie, rischia infatti di rendere meno netti i confini tra i due ambiti, creando una possibile area di ambiguità in cui imprese con caratteristiche simili potrebbero ricadere sotto regimi diversi.
È però altrettanto vero che, guardando alle caratteristiche reali dell’impresa, nella maggior parte dei casi è abbastanza chiaro distinguere ciò che è artigianato da ciò che non lo è. L’estensione dei limiti, a partire dal numero di dipendenti, va nella direzione giusta, ma non può essere letta in modo rigido. Anche perché i dati mostrano che molte delle imprese che oggi escono dall’albo artigiano sono realtà molto piccole, spesso sotto i 10 addetti: è difficile pensare che abbiano cambiato così radicalmente natura da poter essere considerate industriali. Proprio per questo, una sintesi equilibrata è possibile.
È un tema nazionale – ha concluso Bitonci – che colpisce di più le regioni a forte vocazione artigiana come Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. L’evoluzione verso le società di capitali è evidente e va sostenuta. La finanza sta cambiando e anche il mondo artigiano deve potersi adeguare. Sono sicuro che si troverà un punto d’incontro vantaggioso per la rappresentanza artigiana e per quella industriale, perché è chiaro cosa sia impresa e cosa sia attività artigianale, dove il lavoro deve rimanere prevalente.
















