Maggiore flessibilità verso forme societarie più strutturate e un orientamento alla crescita anche nel numero dei dipendenti, secondo un modello più aderente al contesto europeo. La revisione della Legge Quadro dell’artigianato entra nell’ultimo miglio con la discussione degli emendamenti presentati a fronte compatto da CNA e dalle altre associazioni datoriali. Dopo la pausa estiva ripartiranno i lavori, che porteranno a far confluire la riforma nella nuova Legge annuale sulle PMI, la cui approvazione è attesa entro la fine dell’anno.
Sono orgoglioso di vedere quanta strada ha fatto un progetto di cambiamento partito proprio da qui: è nata infatti dall’asse Verona-Vicenza, su spinta della ex presidente Cinzia Fabris, la prima proposta di rivedere le regole per renderle più aderenti al perimetro del nuovo artigianato, svincolandone i requisiti dal mero fattore del numero dei dipendenti. La proposta ha trovato piena sinergia a tutti i livelli di CNA, raccogliendo poi anche le sponde delle altre associazioni per il comparto. Ed è questo il segnale che il lavoro fatto ha già prodotto un autentico cambio di prospettiva nazionale.
Gli emendamenti intervengono su tre fronti principali:
- ridefinizione dei limiti dimensionali, portando la soglia massima da 18 a 49 dipendenti, in coerenza con la definizione europea di piccola impresa;
- maggiore flessibilità per le società artigiane, eliminando l’obbligo della maggioranza di soci operativi, mantenendo però il principio della prevalenza del lavoro sul capitale;
- riconoscimento pieno delle attività strumentali e accessorie, come la somministrazione alimentare nei locali di produzione, semplificando gli obblighi autorizzativi.
Non si tratta di allargare le maglie in modo indiscriminato, ma di permettere a un’impresa artigiana moderna di crescere in modo sano e coerente, senza doversi snaturare o perdere riconoscimenti fondamentali. Stimiamo che ogni anno tra il 15 e il 20% delle imprese artigiane che escono dall’albo non lo fanno per difficoltà economiche, ma per l’esatto opposto: stanno crescendo, grazie a visione e investimenti. Con la crescita aumentano anche le esigenze occupazionali e, pur senza modificare la propria organizzazione produttiva che rimane artigianale, queste imprese oggi si trovano costrette a passare nel perimetro della piccola industria, che banalmente comporta da subito la revisione dei contratti di lavoro, con un aumento medio del costo aziendale del 30%: un paradosso che penalizza chi innova e crea occupazione.
A quasi quarant’anni dalla sua introduzione, la Legge Quadro sull’artigianato si prepara quindi all’ingresso in una nuova fase, superando i limiti dimostrati rispetto all’evoluzione del settore.
I correttivi oggi in discussione rispondono a esigenze concrete, con interventi mirati e di buon senso: aggiornano la definizione di impresa artigiana, rendono il quadro normativo più coerente con il contesto europeo e introducono maggiori incentivi alla crescita senza perdere i principi fondanti del comparto. Non si tratta solo di un adeguamento tecnico, ma di un passo necessario per restituire centralità e prospettiva a un settore che deve essere riconosciuto per la sua capacità di generare occupazione, innovazione e sviluppo. Non possiamo più permetterci che l’artigianato venga visto come un settore “da proteggere”. Va riconosciuto per quello che è: un ecosistema vivo, fatto di imprese che crescono, assumono, investono e resistono ai passaggi tra generazioni. Questo aggiornamento normativo è il primo passo per restituire all’artigianato un futuro possibile, leggibile e attrattivo anche per i giovani.


